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domenica 24 ottobre 2010

Bernini a Roma, nascita di una stella



Gian Lorenzo Bernini è stato oltre che scultore, pittore, architetto anche scrittore di commedie di cui almeno una ci è giunta integrale. E’ stato un artista poliedrico che ha servito sette pontefici a cominciare dal pontificato di Urbano VIII Barberini 1623 fino al 1680.
Una serie di storiografi hanno registrato la sua attività a cominciare dallo Chantelou che accompagnò il Bernini durante il suo viaggio in terra di Francia che compilò un diario che contiene una serie di annotazioni per noi fondamentali per conoscere le idee che l’artista aveva in merito ad una serie di temi all’epoca particolarmente dibattuti: per esempio il tema sul primato della scultura sulla pittura.
Questo era stato un argomento molto dibattuto in alcune sedi anche dall’Accademia di San Luca a Roma da decenni a partire dalla fine del ‘500 e che trattava di quale queste due arti fosse la più consona per rendere la verosomiglianza del reale o come, per esempio, si dovessero rendere le fiamme e il vento nella scultura.
Del Bernini conosciamo moltissime cose in quanto è pervenuta agli studi critici una serie immensa di informazioni di tipo cronologico e di tipo concettuale. Si può dire che sappiamo quasi tutto.
Per esempio sappiamo da uno studio dettagliato  quanti pezzi di marmo ha scolpito, quali opere di quali artisti conservasse, ecc. Lo stesso figlio del Bernini si occupò di redigere una biografia dettagliata dando vita ad un’altra serie di biografie che nel corso del tardo ‘600 e primi del ‘700 hanno popolato la storiografia e che ci consentono di conoscere questo artista in modo completo.
Bernini nasce da padre toscano e da madre napoletana.
Anche il padre era lui stesso uno scultore, anche se venivano a quel tempo chiamati “scalpellini”, era però più di uno scalpellino è stato un vero e proprio scultore che ha prodotto dei gruppi marmorei imponenti e che a lungo è stato scambiato per il Bernini stesso (per esempio la fontana di Piazza delle Api di Piazza Barberini). Il padre era una artista di formazione tardo manierista toscana tanto che il Bernini esordisce nella maniera secondo gli schemi di questa essendosi formato alla bottega del padre.
Soprattutto in architettura la prima opera che elabora è la Chiesa di Santa Bibiana, situata tra il traforo di Via Tiburtina e la Stazione Termini, che si colloca nell’influenza della tarda maniera. Pertanto è un’artista che assorbe dai modelli architettonici del tardo ‘500 il repertorio iconografico. Guadiamo i pilastri, le colonne, le balaustre come le interpretava la maniera svuotati di ogni valenza strutturale cioè gli elementi costitutivi non hanno una specifica funzione portante ma sono posti come elementi decorativi, cosa che non succederà nelle strutture barocche dove invece ogni elemento avrà una sua specifica funzione non solo di struttura ma anche di riscontro nella parte interna dell’edificio, per esempio la facciata non come un fondale (San Pietro) ma come un corpo architettonico strutturato affinché all’interno ci sia un riscontro dell’estrno.Perciò se noi abbiamo una colonna all’esterno avremo il suo riscontro di semi colonna all’interno e non solo la posizione della medesima come se fosse un partito decorativo.
In questo ambito tardo manierista lavoravano una serie di architetti, tra cui quelli della facciata della basilica di San Pietro, i quali riproducevano i moduli michelangioleschi svuotati del loro significato intrinseco portante. Passeranno circa trenta anni perché si qualifichi questa nuova sensibilità spaziale in architettura e si possa parlare di architettura barocca con Bernini, Borromini e Pietro da Cortona.
In scultura il Bernini invece esordisce in un modo diverso. La sua prima attività è di architetto, se si escludono alcune piccolissime sculture che rientrano nell’orbita paterna.
Il Bernini rimane fortemente influenzato dal clima classicista diffuso a Roma negli anni venti del seicento. Produce le sue prime sculture nel 1615 in particolare un piccolo volto di un defunto in una pietra tombale. Anche le opere successive come le grandi sculture di Enea e Anchise, Apollo e Dafne, il David, la Capra Amaltea quelle cioè per la famiglia del cardinale Scipione Borghese, il suo primo vero committente di grande importanza, che sono datate agli inizi degli anni ’20, risentono fortemente di questo clima classicista. Il fenomeno del recupero della tradizione classicista tra il 1618 e il 1650 è rilevante perché alimenta una corrente che annovera tra i suoi esponenti alcuni grandi uomini dell’arte del ‘600, uno è il Poussin. Il filone classicista e quello barocco che si fondono in continuazione vengono promossi da Urbano VIII simultaneamente a quello barocco e da una serie di personaggi della corte pontificia uno tra loro Cassiano del Pozzo ( Cassiano è un erudito torinese che colleziona antichità) che avevano riportato in auge un gusto e spinto gli artisti verso la moda dello studio dello antico. E’ un fenomeno che deriva dalla riscoperta delle antichità classiche romane che proseguiva dal secolo precedente iniziato agli inizi del ‘500 con la scoperta del Laoconte e dell’Apollo del Belvedere e poi nel ‘600 proseguendo questa ricerca con un orientamento archeologico che prediligi i tempi più maturi, non tanto l’antichità classica del periodo di Fidia quanto quella alessandrina, per cui testi più elaborati che avevo orientato il gusto degli artisti del ‘600. Nelle sue prime opere il Bernini risentirà fortemente dell’influenza della levigatezza dei marmi, del movimento delle superfici e del gioco delle luci di questi marmi classici. Lo stesso Bernini ha rilasciato dichiarazioni, riportate dalla Chantelou, riguardanti la necessità di studiare l’antico soprattutto per i giovani artisti come punto di partenza.
Quindi ritroviamo un’adesione anche costante negli anni cinquanta a questo punto di riferimento dell’antico, infatti la prima prova in scultura per il Bernini è la Capra Amaltea, che fu scambiata per un orginale antico e non considerata una esecuzione personale dell’artista.
Per quanto riguarda l’arte della pittura sappiamo che il Bernini ebbe un’indicazione da parte di Urbano VIII Barberini stesso per indirizzarsi presso la bottega di un pittore romano che all’epoca lavorava a Roma cioè Andrea Sacchi, uno dei più significativi esponenti di quel classicismo imperante che va sotto il nome di Classicismo Veneto ossia di quel tipo di espressione pittorica che accanto alla ricerca sullo antico esplicava uno studio del colore veneto quale gli era stato occasionato dalla venuta a Roma di due quadri di Tiziano le due tele dei Baccanali ora al Prado a Madrid che all’epoca si trovavano a Roma che poi dalla corte degli Estensi partirono alla volta della Spagna. Queste opere del secolo precedenti erano attuali perché da un lato presentavano quella estrema regolarità di forme che si poteva accostare alla ricerca archeologica e dall’altra questo straripamento di colori che invece era estraneo alla cultura pittorica romana fecero sì che più di un artista come Sacchi, Poussin e altri fosse influenzato dalla somma di queste due componenti uno la linea dell’antico e due il colore veneto. In questo ambito si forma il Bernini pittore prendendo lezioni da Andrea Sacchi per esplicita richiesta di papa Urbano VIII a partire dal 1625 quando già aveva compiuto alcune opere significative in scultura ed erano parte del palazzo Barberini e il baldacchino di San Pietro e quando già il pontefice aveva apprezzato il fatto che Bernini sapesse fondere l’architettura e la scultura ovvero ornasse le sue architetture di una serie di elementi decorativi che si fondevano così bene con l’architettura, l’aggiunta della pittura avrebbe portato l’artista alla capacità di produrre quello che nei testi dell’epoca si chiama il “bel composto” cioè la somma delle tre arti che è quello che poi di fatto si applicherà alle opere mature come la famosa Cappella Corsaro o Santa Maria della Vittoria dove pur mancando un apporto pittorico tuttavia l’uso dei marmi colorati, rosa, gialli,verdi, è tale che lo possiamo assimilare ad un’esecuzione pittorica e questo uso del marmo è finalizzato alla costruzione di figure non è solo la decorazione delle pareti e del pavimento ma con questi marmi si costruiscono gli stemmi simulando i colori dei medesimi. In genere gli stemmi sono costruiti in legno o sono di stoffa ed vengono dipinti prima di diventare uno stemma di marmo e nel caso del Bernini il marmo si utilizza per restituire quei colori o per dosare le sfumature delle vesti, dei volti, con competenza pittorica che va al di la delle prove in pittura che il Bernini ci ha dato e che ci resta in piccola parte.
La sua attività di scenografo è altrettanto importante e che si integra con le tre arti visive. Il fatto che come scenografo e inventore di macchine perseguisse lo scopo di un allagamento simulato contiene lo stesso principio della fontana di piazza Navona che è in pietra, cioè l’uso dell’acqua del fuoco, dei raggi che cadono dall’alto come nell’Estasi di Santa Teresa fanno parte  insieme di quel gusto  che è restituisce quel gusto per l’effimero perciò la ricerca continua di un contraddizione tipica del Barocco quale lo intende Bernini ovvero come un continuo trasmutare da una materia all’altra, da una situazione all’altra.
Gran parte dell’attività Bernini l’ha svolta non in prima persona ma come sovrintendente di una fiorente bottega, che è lo stesso fenomeno che interesso la bottega di Raffaello con tanti aiuti.
Nel caso di Raffaello la bottega rimarrà sempre indipendente cioè i suoi collaboratori non saranno quasi mai dei suoi scolari ma dei collaboratori che danno un tutto unitario al momento in cui elaborano su disegno del maestro altrimenti risultano perfettamente riconoscibili. Nel caso del Bernini che ha lavorato su scala più grande di Raffaello i collaboratori sono degli allievi così integrati che in alcuni casi è impossibile capire le varie pertinenze anche perché nei documenti spesso abbiamo il pagamento per tutti al maestro, al capo cantiere, a Bernini ed è spesso difficile vedere le varie mani un po’ perché i collaboratori sono molto di più, sono varie decine e un po’ perché il gusto del tempo era tale perché la produzione su scala grande , per esempio le grandi statue, risultano di fatto estremamente simili, altro esempio le statue del colonnato di San Pietro eseguite tra il 1670 e il 1730, quando Bernini è già morto,  sono tutte simili ed è difficile distinguere le varie mani cioè vedere elementi stilistici qualificanti che facciano capire che un’opera è di un artista e non di un altro. Questo è dovuto alla forte personalità accentratrice del Bernini un po’ anche dal fatto che molte di queste sculture del Bernini sono fatte per essere viste da lontano, spesso sono poco rifinite perché dovendole vedere alla distanza di cinquanta metri di distanza per un fatto di pura economia non era necessario rifinirle completamente e perciò sono prive di quelle caratteristiche di forma, di stile che le rendono subito qualificabili.
Per quanto riguarda le architetture per esempio nella campagna romana ad Ariccia, Castel Gandolfo è spesso ugualmente difficile distinguere tra le varie mani che collaborano al progetto e all’esecuzione che è sempre del Bernini stesso, mentre per le sculture sappiamo che il Bernini forniva pochi schizzi su carta e pochi modelli di cera e su questi i collaboratori si conformavano in modo da fornire delle varianti stesse dei medesimi .Di tutti questi collaboratori nessuno raggiunge la bravura del maestro anzi ne resta ben lontano.
La bottega del Bernini diventa il luogo per la produzione in serie per queste grandi esecuzioni architettoniche, alla ricerca del dettaglio si preferisce il colossale, la quantità anche la velocità.

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